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Verso un ritiro Occidentale dalla Siria.

Verso un ritiro Occidentale dalla Siria.

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Verso un ritiro Occidentale dalla Siria


 

Thierry Meyssanintellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. 

 

La situazione militare in Siria si è capovolta a danno di coloro che speravano – a Washington e a Bruxelles – di ottenere il cambio di regime con la forza. I due successivi tentativi di prendere Damasco sono stati un fiasco ed è ormai chiaro che questo obiettivo non potrà essere raggiunto.

 

Il 18 luglio, un’esplosione ha decapitato il Consiglio di sicurezza nazionale e ha dato il segnale a una vasta offensiva di decine di migliaia di mercenari che convergevano dalla Giordania, dal Libano, dalla Turchia e dall’Iraq sulla capitale. Dopo diversi giorni di accanita battaglia, Damasco veniva salvata, poiché la parte della popolazione ostile al governo sceglieva per patriottismo di aiutare l’Esercito nazionale, piuttosto che accogliere l’ESL.

Il 26 settembre jihadisti di Al-Qa’ida sono penetrati all’interno del Ministero della Difesa, travestiti da soldati siriani e muniti di documenti falsi. Volevano far saltare in aria le loro cinture esplosive nell’ufficio dello stato maggiore, ma non sono arrivati abbastanza vicino al loro obiettivo e sono stati abbattuti. Una seconda squadra doveva impadronirsi della televisione nazionale e lanciare un ultimatum al presidente, ma non ha potuto avvicinarsi al palazzo, perché il suo accesso è stato bloccato pochi minuti dopo il primo attacco. Una terza squadra si è diretta verso la sede del governo e una quarta doveva attaccare l’aeroporto.

 

In entrambi i casi, la NATO, coordinando le operazioni dalla sua base turca di İncirlik, sperava di provocare una spaccatura all’interno dell’Esercito arabo siriano e di appoggiarsi su alcuni generali per rovesciare il regime. Ma i generali in questione erano stati da tempo identificati come traditori e lasciati senza qualsiasi comando effettivo. Non è dunque accaduto nulla di significativo e il potere siriano è uscito rafforzato dai due colpi abortiti. Ha trovato la legittimità interna necessaria per potersi permettere di passare all’offensiva e schiacciare velocemente l’ESL.

Questi fallimenti hanno fatto perdere la loro sicumera a quelli che salterellavano precocemente dicendo che i giorni di Bashar al-Assad erano ormai contati. Di conseguenza, a Washington, i sostenitori del ritiro stanno prevalendo. La questione non è più quella di sapere per quanto tempo il «regime di Bashar» terrà ancora, ma se sia più costoso per gli Stati Uniti continuare questa guerra o fermarla. Continuarla comporta provocare il collasso economico della Giordania, sacrificare i suoi alleati in Libano, rischiare la guerra civile in Turchia, e comporta dover proteggere Israele da questo caos. Fermarla, comporta lasciare che i russi si reinsedino nel Vicino Oriente e rafforzare l’Asse della Resistenza a danno dei sogni espansionistici del Likud. Ma se pure la risposta di Washington tiene conto del parametro israeliano, ora non prende più in considerazione il parere del governo Netanyahu. Questo ha finito al momento per indispettire a causa delle sue manipolazioni dietro l’assassinio dell’ambasciatore Chris Stevens e per via della sua sconvolgente interferenza nella campagna elettorale statunitense. In definitiva, se si considera la protezione a lungo termine di Israele e non le esigenze stravaganti di Benjamin Netanyahu, la presenza russa è la soluzione migliore. Con un milione di israeliani russofoni, Mosca non lascerà mai mettere in pericolo la sopravvivenza di questa colonia.

 

Un flashback è qui necessario. La guerra contro la Siria è stata decisa dall’amministrazione Bush, il 15 settembre 2001, in occasione di una riunione a Camp David, come specificamente attestato dal generale Wesley Clark. Dopo essere stata rinviata più volte, l’azione della NATO ha dovuto essere annullata a causa dei veti russo e cinese. È stato messo quindi in piedi un «piano B»: ricorrere a mercenari e all’azione segreta in quanto il dispiegamento di soldati in uniforme era diventato impossibile. Malgrado ciò, l’ESL non ha segnato una sola vittoria contro l’Esercito arabo siriano, in molti hanno pronosticato che il conflitto sarebbe interminabile e minerebbe progressivamente gli Stati della regione, compreso Israele. In questo contesto, Washington ha concluso il 30 giugno un accordo con la Russia a Ginevra, sotto la guida di Kofi Annan.

Tuttavia, il campo della guerra ha mandato all’aria l’accordo organizzando fughe di notizie in merito al coinvolgimento segreto occidentale nel conflitto, il che ha costretto Kofi Annan alle dimissioni immediate. Il campo della guerra ha giocato le sue due carte vincenti il 18 luglio e il 26 settembre e ha perso. Pertanto, a Lakhdar Brahimi, il successore di Annan, è stato chiesto di rilanciare e attuare l’accordo di Ginevra.

 

Nel frattempo, la Russia non è rimasta inoperosa. Ha ottenuto la creazione di un ministero siriano della Riconciliazione nazionale, ha supervisionato e protetto la riunione a Damasco dei partiti di opposizione a livello nazionale, ha organizzato i contatti tra gli stati maggiori degli USA e della Siria, e ha preparato il dispiegamento di una forza di pace. Le prime due misure sono state prese alla leggera dalla stampa occidentale e le ultime due sono state bestialmente ignorate.

Comunque, come rivelato dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, la Russia ha risposto ai timori dello stato maggiore degli Stati Uniti relativi alle armi chimiche siriane. Essa ha potuto verificare che queste erano state stoccate in luoghi sufficientemente sicuri per non cadere nelle mani dell’ESL, essere dirottate dai jihadisti e da questi utilizzate ciecamente, salvo un cambiamento di regime. Essa ha potuto dare così garanzie credibili al Pentagono sul fatto che il mantenimento al potere di un leader che ha dimostrato il suo sangue freddo come Bashar al-Assad sia una situazione più gestibile, perfino per Israele, rispetto all’estensione del caos alla Siria.

 

Soprattutto, Vladimir Putin ha accelerato i progetti dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), l’alleanza difensiva anti-NATO che riunisce Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e, naturalmente, la Russia. I ministri degli esteri dell’OTSC hanno adottato una posizione comune sulla Siria. La logistica è stata predisposta per un possibile dispiegamento di 50mila uomini. Un accordo è stato firmato tra l’OTSC e il dipartimento dell’ONU del mantenimento della pace affinché dei «chapkas blu» possano essere dispiegati nelle zone di conflitto sotto il mandato del Consiglio di Sicurezza. E le manovre congiunte ONU/OTSC si terranno in Kazakistan nel mese di ottobre con il titolo di «Fratellanza inviolabile» per finalizzare il coordinamento tra le due organizzazioni intergovernative.

Nessuna decisione potrà essere formalizzata dagli Stati Uniti durante la campagna elettorale presidenziale. Una volta che questa sarà terminata, la pace sarà possibile.

 

Thierry Meyssan
 

Traduzione: Matzu Yagi

Megachip

http://www.voltairenet.org/article176172.html

 

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