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TEATRI DI PIETRA: Me Dea, uomo e donna fuori dal mito

TEATRI DI PIETRA: Me Dea, uomo e donna fuori dal mito

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Giasone e Medea interpretati dai bravissimi Maurizio Donadoni e Maria Rosaria Omaggio, diventano la coppia/archetipo del conflitto irriducibile tra il maschile e il femminile, nello splendido spettacolo andato in scena il 30 e 31 luglio per la rassegna Teatri di Pietra.

di Anna Maria Bruni

Finalmente teatro. Splendido testo, bravi gli attori, intelligente regia. Parliamo di “Me dea, variazioni sul mito”, per la regia di Maurizio Donadoni, andato in scena in prima nazionale nel suggestivo scenario dell’Anfiteatro Romano di Sutri il 30 luglio e nel parco dell’Arco di Malborghetto il 31.

Un’ora e mezza di confronto serrato senza esclusione di colpi: fra ricostruzione, ricordi, rimozioni e rivendicazioni il duo Giasone/Medea assurge ad archetipo dell’irriducibilità del conflitto tra maschile e femminile, attraverso un linguaggio così classico da risultare assolutamente moderno.

Ma soprattutto vero. Tutto è stato vero in scena: il linguaggio, le azioni, il confronto, i gesti, i personaggi, gli attori. La scena. Scarna, semplice, essenziale, mossa dall’accorta presenza di Hal Yamanouchi, una lunga carriera come attore e doppiatore (sua è la voce narrante dello spettacolo), con la gestualità del mimo intervenuta nei momenti salienti ad evocare le vele dell’Argo che prendono il largo, o il vello d’oro lasciato nelle mani del vento a premonizione dell’incombente sciagura.

E quasi sempre agli angoli opposti della scena, ma sempre legati da un “filo rosso”, Giasone e Medea, interpretati con sapiente equilibrio da Maurizio Donadoni e Maria Rosaria Omaggio, capaci di restituire fino al dettaglio gli opposti profili dell’uomo e della donna.

Lui ovvero la vita come gioco, con tutto ciò che significa in termini di mancate promesse, dichiarazioni tanto solenni quanto leggere, irresponsabilità, ipocrisia, come dire il quadro dell’erotismo puro; lei ovvero la vita come impegno, rispetto, dedizione, memoria, tutela della casa e della famiglia in tutto il lignaggio.

Lui accecato dal desiderio, che è eterno presente, lei capace di vedere con il terzo occhio, che è l’immanente. Lui bonaccione, lei maga. Anzi strega. Troppo, per lui. “Sei troppo, per me” le parole chiave del dissidio insanabile.

Quelle che diventano la scusa e l’alibi che portano a volgere il dramma in tragedia, quando lui ha bisogno di liberarsi del troppo pesante fardello, che porta il nome di impegno, responsabilità, ovvero famiglia, per rifarsi una verginità perché il proprio popolo, e soprattutto una giovane, fresca, nuova moglie altolocata lo possa accogliere conferendogli il posto al sole da cui brillare ancora.

Ma questa volta l’occasione è mancata perché Giasone, a cui Donadoni nelle vesti di autore attribuisce l’uccisione di Medea e dei figli, riconducendo anche in questo caso all’atto tutti gli atti di femminicidio della nostra epoca, commesso il delitto è ripiegato su se stesso senza più forze, incapace di andare oltre.

E questa impotenza diventa ineluttabilmente il riconoscimento che nell’uccidere l’altro si uccide la parte più profonda di sé, quella più insondabile e perciò la più vitale, quella che ci rende capaci di agire. E che si fa invece rivelazione di particolare sensibilità da parte dell’uomo-autore.

E’ la resa dei conti. E Medea, sapientemente trattenuta nel ruolo regale dalla brava Maria Rosaria Omaggio, si riscatta sciogliendosi da ogni solennità fino a camminare sul tavolo per snocciolargli tutta la piccineria, che è la sua vera colpa. Ma è tardi, dopo la morte è tardi! Pensi, e invece no, perché quando il filo rosso ti lega, quel conflitto che è vita non può finire mai.
 

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