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BANCHE : Cosa sta succedendo? Domenico Moro – economista

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BANCHE : IL SISTEMA CAMBIA – CI PERDONO I CITTADINI

L’opinione all’economista Domenico Moro

A cura di Roberto Pietrucci – Libera.Tv


Domenico Moro - Intervista sulle Banche L’Italia, come gli altri paesi europei, si avvia ad una centralizzazione del sistema bancario ed ad una sostituzione di capitali verso il mercato finanziario. Riduzione dei tassi d’interesse e attacco al debito pubblico si ripercuotono sul risparmiatore costretto ad investire le proprie riserve sul mercato finanziario come tendenza generale, e questo in particolare può facilitare episodi come quelli di recente attualità in cui l’utente inesperto può facilmente perdere tutto, specialmente quando le autorità preposte per dolo o negligenza non vigilano abbastanza.

A cosa si devono le pessime performance in borsa delle banche Italiane?  Perché le quattro banche di credito cooperativo subiscono perdite vicine al 20 % a fronte di circa 350 miliardi di crediti deteriorati? Cosa Significa Bail in? Di questo ed altro parliamo con il dottor Domenico Moro.


Le vere cause della crisi delle Banche Popolari

Domenico Moro e Marco Rosati

(24 dicembre 2015)

La tragica vicenda del pensionato suicida di Civitavecchia e la disperazione di centinaia di obbligazionisti delle quattro banche (Cassa di Risparmio di Ferrara, Banca Etruria, Banca Marche e Cassa di Risparmio di Chieti) che, a seguito del Decreto “Salva Banche “ del Governo Renzi, hanno visto azzerati i loro risparmi costituiti da obbligazioni subordinate, hanno suscitato un forte dibattito politico ed economico. In assenza di una analisi più approfondita tale dibattito rischia di rimanere schiacciato nella cronaca mediatica e nella polemica funzionale alla Lega di Salvini, che, non a caso, ha immediatamente organizzato una manifestazione ad Arezzo, sede della Banca Etruria, a difesa dei risparmiatori danneggiati. Questa vicenda, a nostro avviso, non parla solo di speculazione finanziaria o di comportamenti perseguibili penalmente, ma soprattutto dei profondi cambiamenti che interessano ed interesseranno il sistema bancario italiano ed europeo da qui al 2019, data di nascita di quella Capital Market Union che è un altro pilastro della integrazione valutaria, economica e finanziaria dell’area Euro.

A maggio del 2015, nelle sue Considerazioni finali il Governatore di Banca d’Italia elencava chiaramente i cambiamenti epocali a cui sarebbe andato incontro il sistema bancario e finanziario italiano: dall’accelerazione delle aggregazioni delle banche popolari e di credito cooperativo, alla nascita di una o più bad bank per la gestione dei crediti deteriorati o in sofferenza, stimati in circa 350mld di euro; dalla velocizzazione delle procedure di recupero dei crediti, alla nuova funzione finanziaria di Cassa Depositi e Prestiti (che ricordiamo utilizza il risparmio postale) e infine al meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie, il cosiddetto Bail-in, appunto. Tale istituto normativo, opposto al Bail-out, ossia al ricorso di fondi pubblici per sanare le crisi delle banche e che ha visto negli scorsi anni destinare alle banche europee in difficoltà circa 800mld di euro, nasce sulla base di direttive comunitarie che sanciscono il principio che ad una crisi di una banca devono esserne chiamati a rispondere azionisti e obbligazionisti subordinati e non garantiti, escludendo i depositi fino a 100mila euro.

Quello che si è verificato in Italia in queste settimane, in cui gli obbligazionisti delle quattro banche hanno perso i loro risparmi stimati in circa 800 milioni di euro, è quindi la prima applicazione pratica di una norma europea che entrerà in vigore nel 2016 e che segue un percorso di trasformazione che va avanti dagli anni 90, da quando cioè si è aperta in Italia, parallelamente al processo di costruzione dell’UE, la stagione delle privatizzazioni delle banche e la loro aggregazione in pochi grandi gruppi, con la conseguente riallocazione del risparmio privato e non solo (ad esempio quote di salario differito con la nascita dei fondi pensione privati nel 1995 ad opera del governo Dini), a sostegno dei mercati finanziari.

Il Governo Renzi, colpito nelle regioni di storico consenso per il PD oltre che nella stessa compagine governativa nella figura del ministro Boschi, sta rispondendo a questa situazione da una parte aprendo una vertenza con l’UE per il rimborso di una quota minima delle perdite dei risparmiatori, dall’altro provando a scaricare la responsabilità su qualche funzionario truffatore di banca. Sicuramente c’è da riconoscere che non hanno funzionato adeguatamente i meccanismi di vigilanza degli organi di controllo sia esterni che interni alle banche coinvolte, nonostante esistano le norme per prevenire abusi in sede di collocamento di prodotti finanziari. Ma, come denunciano da anni i sindacati dei bancari, nella pratica lavorativa quotidiana sussistono pressioni commerciali inaudite, anche con vessazioni, ricatti e violazioni degli istituti contrattuali. Tali politiche commerciali impongono risultati immediati nella vendita di prodotti finanziari, ad alto ritorno economico per il bilancio di una banca, ma molto spesso complessi, rischiosi e collocati disattendendo leggi e normative previste. I rapporti di classe sfavorevoli si esplicitano anche in questo aspetto, ossia nella ricattabilità dei lavoratori di banca in una fase di perdurante crisi economica che, nel caso specifico, ha fatto sì che lavoratori e pensionati vedessero andare in fumo i risparmi di una vita.

Ma un altro aspetto a cui sta pensando il governo è velocizzare quanto ricordato dal Governatore Ignazio Visco: ovvero il processo di riforma del settore per imporre una aggregazione fortissima delle banche popolari e di credito cooperativo, storicamente funzionali alla riallocazione di risorse finanziarie verso le comunità territoriali e le imprese locali. Per Visco infatti “la forma cooperativa ha limitato il vaglio da parte degli investitori e ha ostacolato la capacità di accedere con tempestività al mercato dei capitali, in alcuni momenti cruciale per far fronte a shock esterni. La riforma faciliterà lo svolgimento efficiente dell’attività di intermediazione creditizia in un mercato reso più competitivo dall’Unione bancaria”. Inoltre “vanno perseguite forme di integrazione basate sull’appartenenza a gruppi bancari”1. In sintesi si apre una riforma del settore bancario funzionale ad una ristrutturazione dei poteri. Si chiude la fase del bancocentrismo per arrivare all’unione dei mercati dei capitali, spostando quindi il baricentro della allocazione dei capitali dalle banche a mercati finanziari sempre più integrati ed evoluti.

Quanto sta accadendo sul piano bancario e finanziario è strettamente collegato ai processi di trasformazione dell’accumulazione capitalistica, cioè alla ristrutturazione del sistema di produzione e circolazione della merci. Il capitalismo attuale, nei Paesi sviluppati, è sempre meno legato all’economia domestica dei singoli Paesi e sempre di più all’economia globale. Di conseguenza, le imprese si sono internazionalizzate, spostando il proprio baricentro dai Paesi di origine al mercato mondiale. La competizione si svolge sempre di più a livello mondiale. In concreto ciò significa che la realizzazione del profitto avviene soprattutto grazie alla esportazione di merci e agli investimenti esteri di capitale. I processi di internazionalizzazione hanno subito una accelerazione a seguito dello scoppio della crisi dei mutui subprime nel 2007 e dell’applicazione delle misure europee di austerity. In presenza di una domanda interna ormai strutturalmente debole, a causa di un mercato e di un Pil domestici in picchiata, le imprese che sopravvivono sono quelle orientate all’export e che delocalizzano la produzione. In questo contesto rientrano anche le massicce campagne di fusione e acquisizione di imprese all’estero, allo scopo di collocarsi nei mercati più ricchi e realizzare economie di scala maggiori, riducendo così i costi fissi. La Fiat, che si è trasformata in Fca dopo la fusione con Chrysler e che ha spostato la sede legale e fiscale rispettivamente in Olanda e Gran Bretagna, rappresenta un esempio emblematico dello stato avanzato della internazionalizzazione anche in Italia. Del resto, è tutta la struttura industriale italiana che si sta trasformando, comprese le medie imprese manifatturiere, che ne rappresentano l’ossatura e che, per potersi adeguare al capitalismo globalizzato, devono aumentare le loro dimensioni. Ciò richiede stabilità finanziaria e disponibilità di capitali, che secondo l’orientamento prevalente devono essere reperiti sul mercato finanziario nazionale e internazionale attraverso la quotazione in borsa.

Coerentemente con questi processi, lo Stato e segnatamente il governo Renzi stanno operando in direzione della modificazione della struttura finanziaria e quindi bancaria del nostro Paese. In questo senso sono significative le parole di Claudio Costamagna, presidente della pubblica Cassa depositi e prestiti: “Ma quelle aziende che hanno le capacità e soprattutto l’ambizione di voler crescere hanno bisogno di capitale di equity e non di debito. Noi siamo disponibili a mettere capitale azionario…e poi a portarle più velocemente possibile sul mercato. Non è possibile che nella Borsa italiana l’80% sia in mano a servizi finanziari e utilities, l’industria sia il 25% sulla capitalizzazione del mercato italiano e siamo il secondo Paese manifatturiero dell’Europa”2. Ciò significa che bisogna far sì che le imprese si fondino soprattutto su capitale proprio, cioè di equity, e non sul capitale preso a prestito cioè su capitale che proviene dalle banche. Da qui il passaggio da un sistema bancocentrico, fondato sul prestito bancario, a un sistema incentrato su mercato finanziario e sulla borsa. Quali sono gli assi dell’intervento dello Stato? Uno è senza dubbio rappresentato dalla riforma del sistema bancario, a partire dalla trasformazione in Spa del credito cooperativo tradizionale, rappresentato dalle banche popolari, di cui viene incentivata la aggregazione in pochi e più grandi gruppi. È tale riforma che ha fatto venire a galla la situazione di difficoltà di molte di queste banche, la quale non è dovuta solamente alla cattiva gestione o a comportamenti fraudolenti di singoli amministratori, che pure ci sono e vanno sanzionati duramente, ma soprattutto a fattori strutturali che vanno affrontati in modo diverso. Tra questi fattori ci sono le modificazioni nella struttura del credito, a livello italiano ed europeo, dovuta a precise scelte governative nazionali e sovrannazionali. A tal proposito, spesso ci si dimentica che la legge bancaria del 1936, risalente alla Grande Depressione, imponeva la distinzione tra banche retail e banche d’affari, impedendo alle banche di ricoprire contemporaneamente l’attività di raccolta del risparmio e di finanziamento a lungo termine alle imprese. Tale legge è stata abolita nel corso del processo di liberalizzazione dei mercati finanziari degli anni 90, insieme alla privatizzazione del sistema bancario italiano un tempo in gran parte sotto il controllo pubblico. Le vicende legate allo scandalo Parmalat rimandano a queste liberalizzazioni, mentre quelle legate a Banca Etruria ne sono solo l’esempio più recente. Banca Etruria è di fatto fallita a causa di una serie di prestiti a imprese fallite, che ha tentato di compensare con l’emissione di obbligazioni ai piccoli clienti. Del resto, gli effetti negativi della abolizione della legislazione degli anni Trenta sono stati amplificati dalla crisi scoppiata nel 2007 che, da una parte, ha messo in difficoltà il tessuto economico cui facevano riferimento le Popolari e, dall’altra, ha generato, nel tentativo di tamponare la crisi, l’immissione da parte della Bce di una massa di liquidità (il quantitative easing), che è andata a incentivare le attività speculative delle banche in difficoltà. Banca Etruria, ad esempio, ha usato la liquidità a basso costo per riempirsi di una massa enorme di titoli di stato nel tentativo di compensare i crediti in sofferenza. Il governo e l’Europa sono consapevoli della massa di crediti inesigibili ereditato dalla crisi e detenuti dal sistema bancario, ed è per questo che stanno favorendo un processo di eliminazione dei rami secchi. Il problema è che il costo di tale razionalizzazione si scarica sui lavoratori bancari e sui lavoratori in generale nella veste di piccoli risparmiatori. Infatti, la riforma si è accompagnata alla accettazione da parte dei governi, compreso quello italiano, delle normative europee che vietano qualsiasi intervento dello Stato a sostegno dei correntisti e obbligazionisti. In particolare, il governo Renzi, recependo le normative europee, ha introdotto una normativa che scarica i costi di questa razionalizzazione del sistema bancario su chi sottoscrive le obbligazioni e sui correntisti. Dunque, la polemica di Renzi contro la Merkel sulla questione bancaria appare del tutto strumentale nel tentativo di lavarsi le mani dalle proprie responsabilità.

Comunque, le conseguenze negative sono di carattere più generale e vanno molto al di là delle quattro banche popolari in oggetto. Infatti, il nodo attorno a cui ruota tutto il processo di trasformazione della struttura finanziaria del nostro Paese è la costruzione del mercato unico finanziario, ultimo tassello del processo di integrazione economica europea. L’unione bancaria e la costruzione di un mercato unico europeo dei capitali mirano allo spostamento del risparmio nazionale dal debito pubblico, cioè dal finanziamento allo Stato mediante l’acquisto di titoli del tesoro, ai mercati finanziari, cioè al finanziamento al capitale privato attraverso l’acquisto di azioni e obbligazioni delle imprese. L’intima essenza di questo processo è profondamente reazionaria e ha implicazioni pesantemente negative. In primo luogo la volontà di drenare risparmio verso i mercati finanziari (attraverso fondi di investimento e operatori finanziari di vario tipo) ha fortemente contribuito a far sì che le istituzioni europee, dalla Commissione europea alla Bce, imponessero ai governi la riduzione dei debiti pubblici e le politiche di austerità e di taglio alla spesa sociale. In secondo luogo, il processo di sviluppo dei mercati finanziari incentiva e facilita la privatizzazione delle imprese pubbliche e la loro quotazione in borsa, che ha determinato anche lo spostamento all’estero del controllo di parte del patrimonio di imprese e infrastrutture con conseguenze pesanti sul lungo periodo su occupazione e qualità dello sviluppo economico. In terzo luogo, quando in precedenza andava allo Stato, il risparmio dei lavoratori non solo finanziava i programmi sociali e gli investimenti produttivi che creavano occupazione, ma fruttava anche consistenti e sicuri interessi ai piccoli risparmiatori. Se nei decenni passati molte famiglie di salariati sono riuscite ad acquistare una abitazione e a garantirsi quei risparmi che oggi garantiscono alle famiglie di sostenere l’impatto della crisi, è stato in parte grazie agli interessi sul debito pubblico. Infatti, il debito pubblico rappresentava uno dei collanti principali che tenevano insieme il blocco sociale keynesiano, su cui si basava il patto sociale della Prima repubblica, anche grazie alla remunerazione offerta dagli interessi sui titoli di stato. Oggi, invece, l’investimento sui mercati finanziari non solo comporta, rispetto al debito pubblico, interessi a volte inferiori (come nel caso delle obbligazioni subordinate di Banca Etruria e di altre banche nel 2011) e rischi sempre maggiori, (come prova anche il dimezzamento dell’indice della borsa italiana dal 2001 ad oggi), ma soprattutto permette al capitale di legare politicamente e ideologicamente ai propri interessi generali una parte del lavoro salariato. In questo modo, il lavoratore viene contrapposto a sé stesso. Infatti, i lavoratori salariati, sotto la veste di risparmiatori, sono incentivati a condividere gli interessi del capitale, ponendosi contro i loro interessi più generali e allargando così la base di consenso alle politiche di riduzione del debito pubblico e del finanziamento ai programmi sociali e di investimento pubblico. Ciononostante, i mercati finanziari rappresentano una base certo reale ma più debole di convergenza tra il capitale e alcuni settori del lavoro salariato e del piccolo risparmio rispetto a quella su cui si basava la Prima repubblica attraverso il debito pubblico. Tale debolezza è dimostrata proprio dalla vicenda delle Popolari ed è connaturata ai meccanismi comunque rischiosi del risparmio gestito, che sta assumendo proporzioni sempre più massicce e che certamente non è esclusivamente nelle mani di degli strati superiori della società. La massa del risparmio gestito a ottobre 2015 è arrivata alla cifra record di 1.816 miliardi di euro, grazie, almeno in parte, alla fuga dai titoli di Stato, il cui rendimento si è abbassato a causa del quantitative easing della Bce.

Una forza politica che, all’interno del modo di produzione capitalistico, voglia rappresentare il lavoro salariato e le classi subalterne oltre a difendere salari, welfare e pensioni non può esimersi dal confrontarsi con la difesa del risparmio popolare. Alla luce di questa considerazione appare fondamentale non tanto la denuncia morale e giudiziaria degli amministratori delle banche e delle carenze delle autorità di vigilanza, quanto piuttosto l’esercizio della critica ai processi materiali che stanno dietro quanto accade, vale a dire la critica al processo di riforma bancaria e di internazionalizzazione dei mercati finanziari. Ciò ci riporta, ancora una volta, alla centralità della opposizione ai processi di integrazione economica e valutaria europea, che rappresentano la leva principale della riorganizzazione dell’accumulazione capitalistica a danno della gran parte del lavoro salariato e dei settori intermedi della società. In sintesi, la questione delle Popolari ripropone con decisione la questione del recupero della sovranità democratica e popolare sui meccanismi economici che sono stati delegati dai singoli stati alle autorità sovrannazionali europee e al mercato autoregolato e, di conseguenza, la questione del necessario superamento della architettura economico-finanziaria che è collegata alla valuta unica europea. Solo con una tale chiarezza di obiettivi è possibile porre le questioni che possono consentire di affrontare la crisi strutturale dal punto di vista del lavoro salariato e tra le quali vanno annoverate, sul piano finanziario, la ricostituzione di un sistema bancario pubblico e l’abolizione della autonomia della Banca centrale e quindi il recupero della possibilità di usare il debito pubblico e l’emissione di moneta in funzione della ripresa degli investimenti produttivi e dello sviluppo sociale delle classi subalterne e del complesso del Paese.

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