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TEATRO : FRENDLY FEUER – le vite spezzate dal primo conflitto mondiale

TEATRO : FRENDLY FEUER – le vite spezzate dal primo conflitto mondiale

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Frendly Feuer, le vite spezzate del primo conflitto

 di Anna Maria Bruni


Friendly_Feuer“Disertare, impazzire, sottrarsi, non come presa di posizione di un soggetto collettivo, bensì come singolo e invisibile atto individuale di chi si arrende”. Questo il motivo di fondo dello spettacolo Frendly Feuer, (una polifonia europea), per la regia di Marta Gilmore, andato in scena al Teatro India di Roma.

Un tema che esce dagli schemi – per lo più istituzionali – attraverso i quali è stato celebrato il centenario dal primo conflitto mondiale, per mettere a fuoco nomi e corpi di uomini che sono andati verso l’orrore senza difesa alcuna.

Spesso giovani contadini, qualche volta operai, quasi analfabeti, hanno potuto afferrare come arma solamente la penna per cercare un conforto, chiamando per nome la paura, lo spavento, l’orrore, la devastazione, con la genuinità di chi non sa neanche di stare facendo esperienza. E proprio quel candore, in una parola, quell’integrità, restituisce tutta intera l’infamia di un conflitto che ha trasformato milioni di persone in carne da macello.

Il tema, affrontato dalla Gilmore con trasporto e passione, oltre che con la serietà della ricerca, si inceppa però su diversi piani.

Il primo dei quali è banalmente relativo all’aspetto teatrale in sé, dal momento che la regista a a un certo punto dello spettacolo ne fa materia di lezione, invece che restituirlo sul piano drammaturgico. Segue a questo primo intoppo la parte iniziale, teatrale, che appare come uno sperimentalismo privo di materia e spessore, perché il candore dei soldati è privato del suo opposto – che in quanto tale gli darebbe vita e senso – offerto appunto dalla regista separatamente, e perché gli stessi attori si sono lanciati in una sperimentazione, dichiaratamente in nota stampa scrittura collettiva, senza portare con sé in nessun modo e in nessun momento il cuore stretto fino alla vertigine dell’impazzimento che invece intere pagine ci hanno restituito. Le azioni che vorrebbero essere leggere allora si fanno superficiali, e le frasi dolorose scritte sull’enorme block notes che fa da scenografia vuoti segni sulla carta, mentre palese diventa che anche la più originale delle trovate sperimentali perde di senso senza l’anima, divenendo un’operazione insopportabilmente intellettuale.

E questo ulteriore intoppo ne mette in luce un altro, proprio mentre si vorrebbe riportare all’oggi la drammaticità dell’argomento, ovvero che la genuinità della reazione dei tanti giovani andati in guerra nel primo conflitto restituisce l’orrore, senza le attenuazioni della razionalità e gli schermi dell’analisi.

Ovvero, proprio mentre oggi – come ben ricorda la Gilmore – “per entrare in Europa si muore, e per restarci si finisce strozzati dai debiti”, all’individuo alienato da sé arrivano prima le voci dei media che lo rassicurano persino mentre la terra gli trema sotto i piedi, coprendo quelle interiori dello spavento che porterebbero in salvo sé e i suoi cari. E la guerra diventa un’abitudine, e la disperazione dei milioni di migranti un problema economico.

L’interrogativo con cui usciamo dal teatro alla fine è che l’alienazione, l’incapacità di ascolto della propria voce interiore, la difficoltà della ricostruzione di un rapporto diretto con se stessi sia anche la difficoltà di chi va in scena oggi, e che forse a partire proprio da questa domanda si potrebbe ricominciare a veder nuovamente palpitare la vita in scena, tornando a scuotere davvero nuovamente il pubblico.

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