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Sabra e Chatila 30 anni dopo

Sabra e Chatila 30 anni dopo

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 Sabra e Shatila, un simbolo per non dimenticare


I palestinesi ci chiedono giustizia, una giustizia che questi trenta anni hanno loro negato, costringendoli a vedere liberi e potenti molti dei responsabili di quella violenza.

di Maurizio Musolino per Nena News


Beirut, 18 settembre 2012, Nena News – Il 1982 sembra lontano una vita. In quell'anno morivano sotto i colpi della mafia prima Pio La Torre poi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, De Mita diventava segretario della Dc gettando le basi per la nefasta stagione del Caf, l'Italia calcistica trionfava in Spagna e Pertini era il presidente della Repubblica, in Polonia con la complicitjavascript:void(0)à di Papa Giovanni Paolo II dilagava Solidarnosc e l'ex presidente della Banca d'Italia, Roberto Calvi veniva trovato suicidato sotto il ponte dei Frati neri a Londra. Storie che a volte sembrano lontanissime, altre – invece – tremendamente vicine ed attuali. In quell'anno Beirut era messa a ferro e fuoco da una guerra civile drammatica e crudele scoppiata nel 1975 e da una occupazione israeliana altrettanto insensata quanto violenta e sanguinaria.

La notte del 16 settembre di quell'anno la capitale del Libano non riuscì a prendere sonno. Il cielo della parte sud della città continuava ad essere squarciato da razzi luminosi che illuminavano l'area a giorno. Tutti si chiedevano cosa stesse succedendo, e molti avevano sulle labbra la risposta. Quei razzi erano lanciati sopra i campi palestinesi di Sabra e Chatila dove si stava compiendo uno dei più atroci crimini del secolo scorso.

Da allora sono passati trent'anni, tanti, a volte sufficienti a veder scorrere due generazioni. Ma parlare di Sabra e Chatila ha ancora oggi un significato ricco nello stesso tempo di umanità e di attualità.

Una umanità racchiusa negli occhi dei parenti delle vittime di quel massacro, che in 48 ore lasciò morti per le strade dei due poveri campi palestinesi oltre duemila persone, perlopiù donne anziani e bambini. Gli uomini, i fedayeen, avevano lasciato il campo appena pochi giorni prima, dando seguito ad un accordo internazionale che fra le altre cose prevedeva anche l'impegno ad assicurare la sicurezza dei campi palestinesi da parte degli Usa e della Francia. Ma le cose andarono diversamente. I contingenti francesi, statunitensi e italiani lasciarono Beirut prematuramente – una sorta di precipitosa quanto inattesa fuga – e questo fu una sorta di via libera alle falangi fasciste maronite e agli israeliani occupanti. A metà mese era morto in un attentato ancora oggi controverso il neoeletto presidente della Repubblica libanese, Bashir Gemaiel e gli animi erano infiammati. Tutti temevano la follia di una vendetta verso uomini e donne, civili inermi e innocenti. La storia ci racconta di un massacro spaventoso, che fin dalle prime ore non riuscì ad essere occultato fra i crimini di una guerra civile che sembrava senza fine, e che costrinse lo stesso Israele a formalizzare una commissione di inchiesta che terminate le indagini dichiarò Ariel Sharon , allora ministro della Difesa, responsabile, e forse complice, di quanto accaduto. Una sentenza però che non impedì qualche anno dopo allo stesso Sharon di diventare Primo ministro di Israele. Nessun processo e nessuna indagine ha mai punito gli artefici di quel crimine.

Quegli occhi ci chiedono giustizia, una giustizia che questi trenta anni hanno loro negato, costringendoli a vedere per le strade di Beirut, la città che avvolge sia Chatila che Sabra, liberi e potenti, i protagonisti di quella violenza.

Sabra da allora non fu più ricostruita, al suo posto c'è un mercato dove si può trovare di tutto, posto di macerie e disperazione, ricettacolo per i vecchi e nuovi poveri che la grande Beirut produce inesorabile a gettito continuo. Poco lontano uno slargo, una specie di piccolo parco, lì i militari israeliani buttarono i corpi delle povere vittime di quel massacro nel tentativo di nasconderne l'esistenza al mondo. E proprio lì grazie al Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila e al lavoro del giornalista del "manifesto" Stefano Chiarini, prematuramente scomparso negli anni scorsi, oggi c'è un luogo della memoria. Pochi simboli che ricordano quel crimine e i tanti che lo hanno preceduto e seguito. Chatila invece continua ad esistere, dista da Sabra appena qualche centinaio di metri. A Chatila abitano circa ventimila persone, gran parte delle quali palestinesi, ma con il tempo altri poveri hanno occupato le case dei palestinesi rendendo ancora più caotica la vita nel campo. Le vie di Chatila sono strettissime e se si alza la testa si vede un groviglio infinito di fili elettrici e di tubi. L'acqua è un bene preziosissimo come l'elettricità che va e viene con una logica che solo chi vive a Chatila conosce. Le fognature, vecchie e inadatte al numero degli abitanti del campo, sono insufficienti e quando piove riversano il loro maleodorante carico nelle viuzze strette e buie. Per molti bambini vedere il cielo e il sole è un sogno. In queste condizioni continuano a vivere famiglie palestinesi che di generazione in generazione si passano, come in una staffetta olimpica, la speranza di poter un giorno mettere fine a questa sofferenza per tornare nella loro terra, la Palestina.

Una umanità carica di dignità, consapevole del furto storico che da decenni avviene a scapito del loro futuro. Un diritto quello a ritornare nelle loro case sancito dalla legalità internazionale fin dai testi più alti e significativi. La Quarta convenzione di Ginevra parla chiaramente e obbliga le potenze occupanti a permettere il rientro delle popolazioni nelle loro proprietà. Un dettato però da sempre disatteso da Israele, che sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi non ha mai accettato neanche di discutere. Ci sono poi tante risoluzioni delle Nazioni Unite che riconoscono questo diritto, a partire dalla risoluzione 198 del 1948, ma anche queste solo carta straccia per i governi di Tel Aviv. Una ingiustizia, un sopruso, che si regge sulla silente complicità di tutto il mondo, che non dice nulla e che si gira dall'altra parte quando si parla di rifugiati palestinesi.

E qui, nella vita di tutti i giorni, sta tutta l'attualità di quel massacro avvenuto trenta anni fa. Giustizia per le vittime, ma anche giustizia per un popolo che da oltre sessanta anni è costretto a vivere nei campi in condizioni miserrime. L'origine di tutto è nell'occupazione e nelle politiche sioniste, ma la situazione è aggravata dalle politiche messe in essere dai "fratelli" arabi e nello specifico dai libanesi. Il Libano considera da sempre i quasi cinquecento mila palestinesi ospiti scomodi e a volte indesiderati, salvo poi cercare di arruolarli ora con uno ora con l'altro quando le vicende interne si complicano, come sta accadendo anche in questi giorni a causa della crisi siriana. Ma non basta, le leggi del Paese dei cedri impediscono a questi cittadini senza patria e senza futuro di poter svolgere ben 45 lavori (ma in un recente passato erano oltre settanta); gli impediscono di poter essere proprietari delle poche cose che si sono costruiti e quindi di poter lasciare ai figli eredità; impediscono di poter studiare e di potersi curare, se non a costi altissimi equiparati a quelli che si fanno pagare ai ricchi ospiti dei paesi del Golfo. Queste limitazioni si aggiungono a quelle sugli spostamenti, sulla possibilità di riunirsi in associazioni e a potersi ristrutturare le abitazioni, spesso fatiscenti e inospitali.

In questa situazione di negazione della quotidianità quel massacro compiuto trenta anni fa diventa ogni giorno più vivo e diventa simbolo dei diritti sottratti, dell'ingiustizia perpetuata nei decenni. Ricordarlo è così non solo un esercizio di pietà umana, ma soprattutto un atto di lotta e un essere partigiani in favore delle vittime, di chi è depredato di tutto a partire dal proprio futuro. Essere a Beirut a fianco dei rifugiati palestinesi in questi giorni è pertanto un atto di coraggio e di chiarezza politica, e forse proprio per questo molti storceranno la bocca. Gli stessi che vorrebbero liquidare la questione palestinese a semplice crisi umanitaria. Ma proprio per queste ragioni noi ci saremo, in tantissimi, !per non dimenticare..

*portavoce del Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila

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LiberaRete Associazione di Promozione sociale LiberaRete

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